dr.ssa Carola Locatelli

La complessità dell’informazione clinica tra prassi e teoria

ONCOLOGIA GERIATRICA

LA COMPLESSITA’ DELL’INFORMAZIONE CLINICA TRA PRASSI E TEORIA

INTRODUZIONE


Studi internazionali confermano che una chiara comunicazione della diagnosi induce nel paziente, dopo un primo impatto emotivamente destabilizzante, una diversa disponibilità all’integrazione dell’evento malattia e delle cure in generale. I meccanismi di difesa attivati da tale comunicazione sembrano, infatti, promuovere il processo di adattamento cognitivo, emotivo e comportamentale del paziente, presupposto critico di una migliore compliance del paziente al trattamento (1, 2, 3, 4, 5, 6, 7).
Le indicazioni giuridiche, nella forma del Codice di Deontologia Medica e delle massime istanze etiche, appaiono allineate con tale orientamento: l’atto medico “si legittima non solo per le sue finalità terapeutiche ma soprattutto in virtù del consenso del paziente” (10) che deve poter partecipare attivamente alla scelta delle proprie cure.
L’interlocutore principale è, dunque, individuato nella persona del paziente; il medico non può quindi omettere o rivelare a terzi informazioni cliniche anche se relative ad una prognosi infausta, “le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste (…) devono essere fornite con circospezione, usando terminologie non traumatizzanti, senza escludere mai elementi di speranza”. (9). L’unico limite a questo tipo di comunicazione, previsto peraltro dal codice deontologico, è individuato nella volontà esplicita del paziente di non essere informato.
Una diversa coscienza sociale delle implicazioni della patologia neoplastica, campagne di sensibilizzazione ed informazione promosse dalle associazioni di volontariato, l’individuazione di specifici training formativi rivolti al personale sanitario per una gestione più efficace dell’informazione (11), hanno promosso negli ultimi anni una vera e propria cultura della comunicazione clinica.
Tuttavia, il diritto all’informazione del malato, ed in modo particolare del malato oncologico, è ancora molto lontano dall’essere garantito, soprattutto se non si confonde il diritto del paziente ad un’informazione chiara e realmente fruibile, con la semplice firma di un consenso informato, spesso generico ed impersonale.
E’ evidente, nonché ampiamente testimoniato in letteratura (11), lo scarto creatosi tra le indicazioni etico – giuridiche e con esse la mutata consapevolezza del personale sanitario e dei pazienti da un lato e la realtà della prassi clinica quotidiana dall’altro